r del tumulto
carca di doglie e livida le nevi
della morbida cute. Alla sinistra
della pugna seduto il furibondo
Marte trovò: la grande asta del Nume
e i veloci corsier cingea la nebbia.
Gli abbracciò le ginocchia supplicando
la sorella, e gridò: Caro fratello,
miserere di me, dammi il tuo cocchio
ond'io salga all'Olimpo. Assai mi cruccia
una ferita che mi feo la destra
d'un ardito mortal, di Dïomede,
che pur con Giove piglierìa contesa.
Sì prega, e Marte i bei destrier le cede.
Salì sul cocchio allor la dolorosa,
salì al suo fianco la taumanzia figlia,
e in man tolte le briglie, a tutto corso
i cavalli sferzò che desïosi
volavano. Arrivâr tosto all'Olimpo,
eccelsa sede degli Eterni. Quivi
arrestò la veloce Iri i corsieri,
li disciolse dal giogo, e ristorolli
d'immortal cibo. La divina intanto
Venere al piede si gittò dell'alma
genitrice Dïona, che la figlia
raccogliendo al suo seno, e colla mano
la carezzando e interrogando, Oh! disse,
oh! chi mai de' Celesti si permise,
amata figlia, in te sì grave offesa,
come rea di gran fallo alla scoperta?
Il superbo Tidìde Dïomede,
rispose Citerea, l'empio ferimmi
perché il mio figlio, il mio sovra ogni cosa
diletto Enea sottrassi dalla pugna,
che pugna non è più di Teucri e Achivi,
ma d'Achivi e di numi. - E a lei Dïona
inclita Diva replicò: Sopporta
in pace, o figlia, il tuo dolor; ché molti
degl'Immortali con alterno danno
molte soffrimmo dai mortali offese.
Le soffrì Marte il dì che gli Aloìdi
Oto e il forte Efïalte l'annodaro
d'aspre catene. Un anno avvinto e un mese
in carcere di ferro egli si stette,
e forse vi perìa, se la leggiadra
madrigna Eeribèa nol rivelava
Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene
gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo,
e della ben fondata Epi, con quelli
a cui Ciparissente e Anfigenìa
sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio,
Dorio famosa per l'acerbo scontro
che col tracio Tamiri ebber le Muse
il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi
dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno.
Millantava costui che vinte avrìa
al paragon del canto anco le Muse,
le Muse figlie dell'Egìoco Giove.
Adirate le dive al burbanzoso
tolser la luce e il dolce canto e l'arte
delle corde dilette animatrice.
Seguìa l'arcade schiera dalle falde
del Cillene discesa e dai contorni
del tumulo d'Epìto, esperta gente
nel ferir da vicino. Uscìa con essa
di campestri garzoni una caterva,
che del Fenèo li paschi e il pecoroso
Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe
e di Strazia i coloni e di Tegèa,
e quei d'Enispe tempestosa, e quelli
cui dell'amena Mantinèa nutrisce
l'opima gleba e la stinfalia valle
e la parrasia selva. Avean costoro
spiegate al vento di cinquanta e dieci
navi le vele, che a varcar le negre
onde lor diè lo stesso rege Atride
Agamennóne; perocché di studi
marinareschi all'Arcade non cale.
D'intrepidi nell'arme e sperti petti
iva carca ciascuna, e la reggea
d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre.
La squadra che consegue, e si divide
quadripartita, ha quattro duci, e ognuno
a dieci navi accenna. Le montaro
molti Epèi valorosi, e gli abitanti
di Buprasio e del sacro elèo paese,
e di tutto il terren che tra il confine
di Mirsino ed Irmino si racchiude,
e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio.
Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco
guida il primo squadron, Talpio il secondo
egregio seme dell'Eurìto Attòride;
Dïore il terzo, generosa prole
d'Amarincèo. Del quarto è correttore
il simigliante a nume Polisseno,
germe dell'Augeïade Agastene.
Ai forti di Dulichio e delle sacre
Echinadi isolette, che rimpetto
alle contrade elèe rompon l'opposto
pelago, a questi è condottier Megete,
di sembiante guerrier pari a Gradivo.
Il generò Filèo diletto a Giove,
buon cavalier che dai paterni un giorno
odii sospinto alla dulichia terra
migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio
quaranta prore ad Ilïon guidava.
Dei prodi Cefaleni, abitatori
d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso,
di Crocilèa, di Samo e di Zacinto
e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto
continente, di tutti è duce Ulisse
vero senno di Giove; e lo seguièno
dodici navi di vermiglio pinte.
Ne spinge in mar quaranta il capitano
degli Etoli Toante, a cui fu padre
Andrèmone; e traea seco le torme
di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,
quelle dell'aspra Calidone e quelle
di Calcide. E raccolta era in Toante
degli Etòli la somma signorìa
da che la Parca i figli ebbe percosso
del magnanimo Enèo, posto col biondo
Meleagro infelice ei pur sotterra.
Il gran mastro di lancia Idomenèo
guida i Cretesi che di Gnosso usciro,
di Litto, di Mileto e della forte
Gortina e dalla candida Licasto
e di Festo e di Rizio, inclite tutte
popolose contrade, ed altri molti
dell'alma Creta abitator, di Creta
che di cento città porta ghirlanda.
Di questi tutti Idomenèo divide
col marzio Merïon la glorïosa
capitananza; e ottanta navi han seco.
Nove da Rodi ne varâr gli alteri
Rodïani per l'isola partiti
in triplice tribù: Lindo, Jaliso,
e il biancheggiante di terren Camiro.
L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce,
grande e robusto battaglier che al forte
Ercole un giorno Astïochèa produsse,
cui d'Efira e dal fiume Selleente
seco addusse l'eroe, poiché distrutto
v'ebbe molte cittadi e molta insieme
gioventù generosa. Entro i paterni
fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto
per l'impeto d'un sol, del fiero Ettorre
che in suo furore intollerando omai
passa ogni modo, e ne fa troppe offese!
A cui la Diva dalle glauche luci
Minerva rispondea: Certo perduta
avrìa costui la furia e l'alma ancora,
a giacer posto nella patria terra
dal valor degli Achei; ma quel mio padre
di sdegnosi pensier calda ha la mente,
sempre avverso, e de' miei forti disegni
acerbo correttor; né si rimembra
quante volte servar gli seppi il figlio
dai duri d'Euristèo comandi oppresso.
Ei lagrimava lamentoso al cielo,
e me dal cielo allora ad aïtarlo
Giove spediva. Ma se il cor prudente
detto m'avesse le presenti cose,
quando alle ferree porte il suo tiranno
l'invïò dell'Averno a trar dal negro
Erebo il can dell'abborrito Pluto,
ei, no, scampato non avrìa di Stige
la profonda fiumana. Or m'odia il padre,
e di Teti adempir cerca le brame,
che lusinghiera gli baciò il ginocchio,
e accarezzògli colla destra il mento,
d'onorar supplicandolo il Pelìde
delle cittadi atterrator. Ma tempo,
sì, verrà tempo che la sua diletta
Glaucòpide a chiamarmi egli ritorni.
Or tu vanne, ed il carro m'apparecchia
co' veloci cornipedi, ché tosto
io ne vo dentro alle paterne stanze,
e dell'armi mi vesto per la pugna.
Vedrem se questo Ettòr, che sì superbo
crolla il cimiero, riderà quand'io
nel folto apparirò della battaglia.
Qualcun per certo de' Troiani ancora
presso le navi achee satolli e pingui
di sue polpe farà cani ed augelli.
Disse; né Giuno ricusò, ma corse
ai divini cavalli, e d'auree barde
in fretta li guarnìa, Giuno la figlia
del gran Saturno, veneranda Diva.
D'altra parte Minerva il rabescato
suo bellissimo peplo, delle stesse
immortali sue dita opra stupenda,
sul pavimento dell'Egìoco padre
lasciò cader diffuso; ed indossando
del nimbifero Giove il grande usbergo,
tutta s'armava a lagrimosa pugna.
Sul rilucente cocchio indi salita
impugnò la pesante e poderosa
gran lancia, ond'ella, allor che monta in ira,
di forte genitor figlia tremenda,
le schiere degli eroi rovescia e doma.
Stimolava Giunon velocemente
colla sferza i destrieri, e tosto fûro
alle celesti soglie, a cui custodi
vegliano l'Ore che il maggior de' cieli
hanno in cura e l'Olimpo, onde sgombrarlo
o circondarlo della sacra nube.
Cigolando s'aprîr per sé medesme
l'eteree porte, e docili al flagello
spinser per queste i corridor le Dive.
Come Giove dal Gàrgaro le vide,
forte sdegnossi, ed Iri a sé chiamando
ali-dorata Dea, Vola, le disse,
Iri veloce, le rivolgi indietro,
e lor divieta il venir oltre meco
ad inegual cimento. Io lo protesto,
e il fatto seguirà le mie parole,
io loro fiaccherò sotto la biga
i corridori, e dall'infranto cocchio
balzerò le superbe, e delle piaghe
che loro impresse lascerà il mio telo,
né pur due lustri salderanno il solco.
Saprà Minerva allor qual sia stoltezza
il cimentarsi col suo padre in guerra.
Quanto a Giunon, m'è forza esser con ella
meno irato: gli è questo il suo costume
di sempre attraversarmi ogni disegno.
Disse; ed Iri a portar l'alto messaggio
mosse veloce al par delle procelle;
ed ascesa dall'Ida al grande Olimpo
di molti gioghi altero, e su le soglie
incontrate le Dee, sì le rattenne,
e lor di Giove le parole espose:
Dove correte? Che furore è questo?
Sostate il piè, ché il dar soccorso ai Greci
nol vi consente Giove. Le minacce
dell'alto figlio di Saturno udite,
che fian messe ad effetto. Ei sotto il carro
storpieravvi i destrieri, e dall'infranto
carro voi stesse balzerà, né dieci
anni le piaghe salderan che impresse
lasceravvi il suo telo; e tu, Minerva,
allor saprai qual sia demenza il farti
al tuo padre nemica. Né con Giuno,
sempre usata a turbargli ogni disegno,
tanto s'adira, ei no, quanto con teco,
e infaticato sostener l'attacco,
e a piè fermo danzar nel sanguinoso
ballo di Marte, o d'un salto sul cocchio
lanciarmi, e concitar nella battaglia
i veloci destrier. Né già vogl'io
un tuo pari ferire insidïoso,
ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
la lunga lancia, e saettò d'Aiace
il settemplice scudo. Furïosa
la punta trapassò la ferrea falda
che di fuor lo copriva, e via scorrendo
squarciò sei giri del bovin tessuto,
e al settimo fermossi. Allor secondo
trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
nella rotonda targa. Traforolla
il frassino veloce, e nell'usbergo
sì addentro si ficcò, che presso al lombo
lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.
Ricovrò l'uno e l'altro il proprio telo,
e all'assalto tornâr come per fame
fieri leoni, o per vigor tremendi
arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro
colpì, lo scudo ostil, ma senza offesa,
ch'ivi la punta si curvò: di nuovo
trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
dello scudo ferendo, a parte a parte
lo trapassò, gli punse il collo, e vivo
sangue spiccionne. Né per ciò l'attacco
lasciò l'audace Ettorre. Era nel campo
un negro ed aspro enorme sasso: a questo
diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
lo fulminò. Percosse il duro scoglio
il colmo dello scudo, e orribilmente
ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l'esempio il gran Telamonìde,
ed afferrato e sollevato ei pure
un altro più d'assai rude macigno,
con forza immensa lo rotò, lo spinse
contra il nemico. Il molar sasso infranse
l'ettoreo scudo, e di tal colpo offese
lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
con lo scudo sul petto: ma rizzollo
immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
più da vicino si ferìan, se ratti,
messaggieri di Giove e de' mortali,
non accorrean gli araldi, il teucro Idèo,
e l'achivo Taltìbio, ambo lodati
di prudente consiglio. Entrâr costoro
con securtade in mezzo ai combattenti,
ed interposto fra le nude spade
il pacifico scettro, il saggio Idèo
così primiero favellò: Cessate,
diletti figli, la battaglia. Entrambi
siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
ma la notte discende, e giova, o figli,
alla notte obbedir. - Dimandi Ettorre
questa tregua, rispose il fiero Aiace:
primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l'esempio ei porga.
E l'illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largîr cortesi
pari alla forza ed al valore il senno,
e nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr'armi, e cessi
la tenzon. Pugneremo altra fïata
finché la Parca ne divida, e intera
all'uno o all'altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
romper non dêssi la ragion. Tu riedi
dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
i congiunti, gli amici. Io nella sacra
città rïentro a serenar de' Teucri
le meste fronti e le dardanie donne,
che in lunghi pepli avvolte appiè dell'are
per me si stanno a supplicar. Ma pria
di dipartirci, un mutuo dono attesti
la nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
diran: Costoro duellâr coll'ira
di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada
gli presentò d'argentei chiovi adorna
con fulgida vagina ed un pendaglio
di leggiadro lavoro; Aiace a lui
il risplendente suo purpureo cinto.
Così divisi, agli Achei l'uno, ai Teucri
l'altro avvïossi. Esilarârsi i Teucri,
vivo il lor duce ritornar veggendo
dalla forza scampato e dall'invitte
mani d'Aiace; e trepidanti ancora
del passato periglio alla cittade
l'accompagnaro. Dall'opposta parte
della palma superbo il lor campione
guidâr gli Achivi al padiglion d'Atride,
che per tutti onorar tosto al Tonante
un bue quinquenne in sacrificio offerse.
sebben lontano. Ti prometto io poi
(e sacra tieni la promessa mia)
che se Giove e Minerva mi daranno
d'Ilio il conquisto, tu primier t'avrai
il premio, dopo me, de' forti onore,
ed in tua man porrollo io stesso, un tripode,
o due cavalli ad un bel cocchio aggiunti,
o di vaghe sembianze una fanciulla
che teco il letto e l'amor tuo divida.
E Teucro gli rispose: Illustre Atride,
a che mi sproni, per me stesso assai
già fervido e corrente? Io non rimango
di far qui tutto il mio poter. Dal punto
che verso la città li respingemmo,
mi sto coll'arco ad aspettar costoro,
e li trafiggo. E già ben otto acuti
dardi dal nervo liberai, che tutti
profondamente si ficcâr nel corpo
di giovani guerrieri, e non ancora
ferir m'è dato questo can rabbioso.
Disse; e di nuovo fe' volar dall'arco
contr'Ettore uno strale. Al colpo tutta
ei l'anima diresse, e nondimeno
fallì la freccia, ché l'accolse in petto
di Prïamo un valente esimio figlio
Gorgizïon, cui d'Esima condotta
partorì la gentil Castïanira,
che una Diva parea nella persona.
Come carco talor del proprio frutto,
e di troppa rugiada a primavera
il papaver nell'orto il capo abbassa,
così la testa dell'elmo gravata
su la spalla chinò quell'infelice.
E Teucro dalla corda ecco sprigiona
alla volta d'Ettorre altra saetta,
più che mai del suo sangue sitibondo.
E pur di nuovo uscì lo strale in fallo,
ché Apollo il devïò, ma colse al petto
d'Ettòr l'audace bellicoso auriga
Archepòlemo presso alla mammella.
Cadde ei rovescio giù dal cocchio, addietro
si piegaro i cavalli, e quivi a lui
il cor ghiacciossi, e l'anima si sciolse.
Di quella morte gravemente afflitto
il teucro duce, e di lasciar costretto,
mal suo grado, l'amico, a Cebrïone
di lui fratello che il seguìa, fe' cenno
di dar mano alle briglie. Ad obbedirlo
Cebrïon non fu lento; ed ei d'un salto
dallo splendido cocchio al suol disceso
con terribile grido un sasso afferra,
a Teucro s'addirizza, e di ferirlo
l'infiammava il desìo. Teucro in quel punto
traeva un altro doloroso telo
dalla faretra, e lo ponea sul nervo.
Mentre alla spalla lo ritragge in fretta,
e l'inimico adocchia, il sopraggiunge
crollando l'elmo Ettorre, e dove il collo
s'innesta al petto ed è letale il sito,
coll'aspro sasso il coglie, e rotto il nervo
gl'intorpidisce il braccio. Dalle dita
l'arco gli fugge, e sul ginocchio ei casca.
Il caduto fratello in abbandono
Aiace non lasciò, ma ratto accorse,
e col proteso scudo il ricoprìa,
finché lo si recâr sovra le spalle
due suoi cari compagni, Mecistèo
d'Echìo figliuolo, e il nobile Alastorre,
e alle navi il portâr che gravemente
sospirava e gemea. Ne' Teucri allora
di nuovo suscitò l'Olimpio Giove
tal forza e lena, che al profondo fosso
dirittamente ricacciâr gli Achei.
Iva Ettorre alla testa, e dalle truci
sue pupille mettea lampi e paura.
Qual fiero alano che ne' presti piedi
confidando, un cinghial da tergo assalta,
od un lïone, e al suo voltarsi attento
or le cluni gli addenta, ora la coscia;
così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre
uccidendo il postremo li disperde.
Ma poiché l'alto fosso ed il palizzo
ebber varcato i fuggitivi, e molti
il troiano valor n'avea già spenti,
giunti alle navi si fermaro, e insieme
mettendosi coraggio, e a tutti i numi
sollevando le man spingea ciascuno
con alta voce le preghiere al cielo.
Signor del campo d'ogni parte intanto
agitava i destrieri il grande Ettorre
di bel crine superbi, e rotar bieco
le luci si vedea come il Gorgóne,
o come Marte che nel sangue esulta.
Impietosita degli Achei la bianca
Giuno a Minerva si rivolse, e disse:
Invitta figlia dell'Egìoco Giove,
dunque, ohimè! non vorremo aver più nullo
pensier de' Greci già cadenti, almeno
nell'estremo lor punto? Eccoli tutti
l'empio lor fato a consumar vicini
capitana d'Ulisse, ove nel mezzo
ai santi altari si tenea ragione
e parlamento, d'Evemone il figlio
Eurìpilo scontrò, che di saetta
ferito nella coscia e vacillante
dalla pugna partìa. Largo il sudore
gli discorrea dal capo e dalle spalle,
e molto sangue dalla ria ferita,
ma intrepida era l'alma. Il vide e n'ebbe
pietade il forte Menezìade, e a lui
lagrimando si volse: Oh sventurati
duci Achei! così dunque, ohimè! lontani
dai cari amici e dalla patria terra
de' vostri corpi sazïar di Troia
dovevate le belve? Eroe divino
Eurìpilo, rispondi: Sosterranno
gli Achei la possa dell'immane Ettorre,
o cadran spenti dal suo ferro? - Oh diva
stirpe, Patròclo, (Eurìpilo rispose)
nullo è più scampo per gli Achei, se scampo
non ne danno le navi. I più gagliardi
tutti giaccion feriti, e ognor più monta
de' Troiani la forza. Or tu cortese
conservami la vita. Alla mia nave
guidami, e svelli dalla coscia il dardo,
con tepid'onda lavane la piaga
e su vi spargi i farmaci salubri
de' quali è grido che imparata hai l'arte
dal Pelìde, e il Pelìde da Chirone
de' Centauri il più giusto. Or tu m'aita,
ché Podalirio e Macaon son lungi;
questi, credo, in sua tenda, anch'ei piagato
è di medica man necessitoso;
l'altro co' Teucri in campo si travaglia.
Qual fia dunque la fin di tanti affanni?
soggiunse di Menèzio il forte figlio,
e che faremo, Eurìpilo? Gran fretta
mi sospinge ad Achille a riportargli
del guardïano degli Achei Nestorre
una risposta: ma pietà non vuole
che in questo stato io t'abbandoni. - Il cinse
colle braccia, ciò detto, e nella tenda
il menò, l'adagiò sopra bovine
pelli dal servo acconciamente stese,
indi col ferro dispiccò dall'anca
l'acerbissimo strale, e con tepenti
linfe la tabe ne lavò. Vi spresse
poi colle palme il lenïente sugo
d'un'amara radice. Incontanente
calmossi il duolo, ristagnossi il sangue,
ed asciutta si chiuse la ferita.

Libro Duodecimo
Così dentro alle tende medicava
d'Eurìpilo la piaga il valoroso
Menezìade. Frattanto alla rinfusa
pugnan Teucri ed Achei; né scampo a questi
è più la fossa omai, né l'ampio muro
che l'armata cingea. L'avean gli Achivi
senza vittime eretto a custodire
i navigli e le prede. Edificato
dunque malgrado degli Dei, gran tempo
non durò. Finché vivo Ettore fue,
e irato Achille, e Troia in piedi, il muro
saldo si stette; ma de' Teucri estinte
l'alme più prodi, e degli Achei pur molte,
e al decim'anno Ilio distrutto, e il resto
degli Argivi tornato al patrio lido,
decretâr del gran muro la caduta
Nettunno e Apollo, l'impeto sfrenando
di quanti fiumi dalle cime idèe
si devolvono al mar, Reso, Granìco,
Rodio, Careso, Eptàporo ed Esèpo
e il divino Scamandro e Simoenta
che volge sotto l'onde agglomerati
tanti scudi, tant'elmi e tanti eroi.
Di questi rivoltò Febo le bocche
contro l'alta muraglia, e vi sospinse
nove giorni la piena. Intanto Giove,
perché più ratto l'ingoiasse il mare,
incessante piovea. Nettunno istesso
precorrea le fiumane, e col tridente
e coll'onda atterrò le fondamenta
che di travi e di sassi v'avean posto
i travagliosi Achivi; infin che tutta
al piano l'adeguò lungo la riva
dell'Ellesponto. Smantellato il muro,
fe' di quel tratto un arenoso lido,
e tornò le bell'acque al letto antico.
Di Nettunno quest'era e in un d'Apollo
l'opra futura. Ma la pugna intorno
a quel valido muro or ferve e mugge.
Cigolar delle torri odi percosse
le compàgi, e gli Achei dentro le navi
chiudonsi domi dal flagel di Giove,
e paventosi dell'ettoreo braccio,
impetuoso artefice di fuga;
perocché pari a turbine l'eroe
sempre combatte. E qual cinghiale o bieco
leon cui fanno cacciatori e cani
Né l'aurata mancò lira d'Apollo,
né il dolce delle Muse alterno canto.
Ratto, poi che del Sol la luminosa
lampa si spense, a' suoi riposi ognuno
ne' palagi n'andò, che fabbricati
a ciascheduno avea con ammirando
artifizio Vulcan l'inclito zoppo.
E a' suoi talami anch'esso, ove qual volta
soave l'assalìa forza di sonno,
corcar solea le membra, il fulminante
Olimpio s'avvïò. Quivi salito
addormentossi il nume, ed al suo fianco
giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono.

Libro Secondo
Tutti ancora dormìan per l'alta notte
i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno
già le pupille abbandonato avea
di Giove che pensoso in suo segreto
divisando venìa come d'Achille,
con molta strage delle vite argive,
illustrar la vendetta. Alla divina
mente alfin parve lo miglior consiglio
invïar all'Atride Agamennóne
il malefico Sogno. A sé lo chiama,
e con presto parlar, Scendi, gli dice,
scendi, Sogno fallace, alle veloci
prore de' Greci, e nella tenda entrato
d'Agamennón, quant'io t'impongo, esponi
esatto ambasciator. Digli che tutte
in armi ei ponga degli Achei le squadre,
che dell'iliaco muro oggi è decreta
su nel ciel la caduta; che discordi
degli eterni d'Olimpo abitatori
più non sono le menti; che di Giuno
cessero tutti al supplicar; che in somma
l'estremo giorno de' Troiani è giunto.
Disse; ed il Sogno, il divin cenno udito,
avvïossi e calossi in un baleno
su l'argoliche navi. Entra d'Atride
nel queto padiglione, e immerso il trova
nella dolcezza di nettareo sonno.
Di Nestore Nelìde il volto assume,
di Nestore, cui sovra ogni altro duce
Agamennóne riveriva, e in queste
forme sul capo del gran re sospesa,
così la diva visïon gli disse:
Tu dormi, o figlio del guerriero Atrèo?
Tutta dormir la notte ad uom sconviensi
di supremo consiglio, a cui son tante
genti commesse e tante cure. Attento
dunque m'ascolta. A te vengh'io celeste
nunzio di Giove, che lontano ancora
su te veglia pietoso. Egli precetto
ti fa di porre tutti quanti in arme
prontamente gli Achei. Tempo è venuto
che l'ampia Troia in tua man cada: i numi
scesero tutti, intercedente Giuno,
in un solo volere, e alla troiana
gente sovrasta l'infortunio estremo
preparato da Giove. Or tu ben figgi
questo avviso nell'alma, e fa che seco
non lo si porti, col partirsi, il sonno.
Sparve ciò detto; e delle udite cose,
di che contrario uscir dovea l'effetto,
pensoso lo lasciò. Prender di Troia
quel dì stesso le mura egli sperossi,
né di Giove sapea, stolto! i disegni,
né qual aspro pugnar, né quanta il Dio
di lagrime cagione e di sospiri
ai Troiani e agli Achivi apparecchiava.
Si riscuote dal sonno, e la divina
voce dintorno gli susurra ancora.
Sorge, e del letto su la sponda assiso
una molle s'avvolge alla persona
tunica intatta, immacolata; gittasi
il regal manto indosso; il piè costringe
ne' bei calzari; il brando aspro e lucente
d'argentee borchie all'omero sospende,
l'invïolato avito scettro impugna,
ed alle navi degli Achei cammina.
Già sul balzo d'Olimpo alta ascendea
di Titon la consorte, annunziatrice
dell'alma luce a Giove e agli altri Eterni;
quando con chiara voce i banditori
per comando d'Atride a parlamento
convocaro gli Achei, che frettolosi
accorsero e frequenti. Ma raccolse
de' magnanimi duci Agamennóne
prima il senato alla nestorea nave,
e raccolti che fûro, in questi accenti
il suo prudente consultar propose:
M'udite, amici. Nella queta notte
una divina visïon m'apparve,
che te, Nestore padre, alla statura,
agli atti, al volto somigliava in tutto.
Sul mio capo librossi, e così disse:
Figlio d'Atrèo, tu dormi? A sommo duce
cui di tanti guerrieri e tante cure
commesso è il pondo, non s'addice il sonno.
Sì dicendo afferrò colla possente
destra il figliuol di Capanèo, dal carro
traendolo; né quegli a dar fu tardo
un salto a terra; ed ella stessa ascese
sovra il cocchio da canto a Dïomede
infiammata di sdegno. Orrendamente
l'asse al gran pondo cigolò, ché carco
d'una gran Diva egli era e d'un gran prode.
Al sonoro flagello ed alle briglie
diè di piglio Minerva, e senza indugio
contra Marte sospinse i generosi
cornipedi. Lo giunse appunto in quella
che atterrato l'enorme Perifante
(un fortissimo Etòlo, egregio figlio
d'Ochesio), il Dio crudel lordo di sangue
lo trucidava. In arrivar si pose
Minerva di Pluton l'elmo alla fronte,
onde celarsi di quel fero al guardo.
Come il nume omicida ebbe veduto
l'illustre Dïomede, al suol disteso
lasciò l'immenso Perifante, e dritto
ad investir si spinse il cavaliero.
E tosto giunti l'un dell'altro a fronte,
Marte il primo scagliò l'asta di sopra
al giogo de' corsier lungo le briglie,
di rapirgli la vita desïoso:
ma prese colla man l'asta volante
la Dea Minerva e la stornò dal carro,
e vano il colpo riuscì. Secondo
spinse l'asta il Tidìde a tutta forza.
La diresse Minerva, e al Dio l'infisse
sotto il cinto nell'epa, e vulnerollo,
e lacerata la divina cute
l'asta ritrasse. Mugolò il ferito
nume, e ruppe in un tuon pari di nove
o dieci mila combattenti al grido
quando appiccan la zuffa. I Troi l'udiro,
l'udîr gli Achivi, e ne tremâr: sì forte
fu di Marte il muggito. E quale pel grave
vento che spira dalla calda terra.
si fa di nubi tenebroso il cielo;
tal parve il ferreo Marte a Dïomede,
mentre avvolto di nugoli alle sfere
dolorando salìa. Giunto alla sede
degli Dei su l'Olimpo, accanto a Giove
mesto s'assise, discoperse il sangue
immortal che scorrea dalla ferita,
e in suono di lamento: O padre, ei disse,
e non t'adiri a cotal vista, a fatti
sì nequitosi? Esizïosa sempre
a noi Divi tornò la mutua gara
di gratuir l'umana stirpe; e intanto
di nostre liti la cagion tu sei,
tu che una figlia generasti insana,
e di sterminii e di malvage imprese
invaghita mai sempre. Obbedïenti
hai quanti alberga Sempiterni il cielo;
tutti inchiniamo a te. Sola costei
né con fatti frenar né con parole
tu sai per anco, connivente padre
di pestifera furia. Ella pur dianzi
stimolò di Tidèo l'audace figlio
a pazzamente guerreggiar co' numi;
ella a ferir Ciprigna; ella a scagliarsi
contra me stesso, e pareggiarsi a un Dio.
E se più tardo il piè fuggìa, sarei
steso rimasto fra quei tanti uccisi
in lunghe pene, né morir potendo
m'avrìa de' colpi infranto la tempesta.
Bieco il guatò l'adunator de' nembi
Giove, e rispose: Querimonie e lai
non mi far qui seduto al fianco mio,
fazïoso incostante, e a me fra tutti
i Celesti odïoso. E risse e zuffe
e discordie e battaglie, ecco le care
tue delizie. Trasfuso in te conosco
di tua madre Giunon l'intollerando
inflessibile spirto, a cui mal posso
pur colle dolci riparar; né certo
d'altronde io penso che il tuo danno or scenda,
che dal suo torto consigliar. Non io
vo' per questo patir che tu sostegna
più lungo duolo: mi sei figlio, e caro
la Dea tua madre a me ti partorìa.
Se malvagio, qual sei, d'altro qualunque
nume nascevi, da gran tempo avresti
sorte incorsa peggior degli Uranìdi.
Così detto, a Peon comando ei fece
di risanarlo. La ferita ei sparse
di lenitivo medicame, e tolto
ogni dolore, il tornò sano al tutto,
ché mortale ei non era. E come il latte
per lo gaglio sbattuto si rappiglia,
e perde il suo fluir sotto la mano
del presto mescitor; presta del pari
la peonia virtù Marte guarìa.
Ebe poscia lavollo, e di leggiadre
vesti l'avvolse; ed egli accanto a Giove
dell'alto onor superbo si ripose.
Repressa del crudel Marte la strage,
delle mura troiane è la conquista.
Mosse quel dire delle turbe i petti,
e fremea l'adunanza, a quella guisa
che dell'icario mare i vasti flutti
si confondono allor che Noto ed Euro
della nube di Giove il fianco aprendo
a sollevar li vanno impetuosi.
E come quando di Favonio il soffio
denso campo di biade urta, e passando
il capo inchina delle bionde spiche;
tal si commosse il parlamento, e tutti
alle navi correan precipitosi
con fremito guerrier. Sotto i lor piedi
s'alza la polve, e al ciel si volve oscura.
I navigli allestir, lanciarli in mare,
espurgarne le fosse, ed i puntelli
sottrarre alle carene era di tutti
la faccenda e la gara. Arde ogni petto
del sacro amore delle patrie mura,
e tutto di clamori il cielo eccheggia.
E degli Achei quel dì sarìa seguìto,
contro il voler de' fati, il dipartire,
se con questo parlar non si volgea
Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre
invincibile figlia, così dunque,
il mar coprendo di fuggenti vele,
al patrio lido rediran gli Achivi?
Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto
lasceran tutto dell'argiva Elèna
dopo tante per lei, lungi dal caro
nido natìo, qui spente anime greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra
lusinghiero parlar, molci i soldati,
frena la fuga, né patir che un solo
de' remiganti pini in mar sia tratto.
Obbediente la cerulea Diva
dalle cime d'Olimpo dispiccossi
velocissima, e tosto fu sul lido.
Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,
occupato non già del suo naviglio,
ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.
Gli si fece davanti la divina
Glaucopide dicendo: O di Laerte
generoso figliuol, prudente Ulisse,
così dunque n'andrete? E al patrio suolo
navigherete, e lascerete a Priamo
di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
d'Argo la donna, e invendicato il sangue
di tanti, che per lei qui lo versaro,
bellicosi compagni? A che ti stai?
T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi,
dolci adopra parole e li trattieni,
né consentir che antenna in mar si spinga.
Così disse la Dea. Ne riconobbe
l'eroe la voce, e via gittato il manto,
che dopo lui raccolse il banditore
Eurìbate itacense, a correr diessi;
e incontrato l'Atride Agamennóne,
ratto ne prende il regal scettro, e vola
con questo in pugno tra le navi achee;
e quanti ei trova o duci o re, li ferma
con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice,
valoroso campione? A te de' vili
disconvien la paura. Or via, ti resta,
pregoti, e gli altri fa restar. La mente
ben palese non t'è d'Agamennóne;
egli tenta gli Achei, pronto a punirli.
Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso
consesso ei disse. Deh badiam, che irato
non ne percuota d'improvvisa offesa.
Di re supremo acerba è l'ira, e Giove,
che al trono l'educò, l'onora ed ama.
S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea
vociferante, collo scettro il dosso
batteagli; e, Taci, gli garrìa severo,
taci tu tristo, e i più prestanti ascolta
tu codardo, tu imbelle, e nei consigli
nullo e nell'armi. La vogliam noi forse
far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli
cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
ne sia di tutti correttor supremo.
Così l'impero adoperando Ulisse
frena le turbe, e queste a parlamento
dalle navi di nuovo e dalle tende
con fragore accorrean, pari a marina
onda che mugge e sferza il lido, ed alto
ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside
ciascheduno al suo posto: il sol Tersite
di gracchiar non si resta, e fa tumulto
parlator petulante. Avea costui
di scurrili indigeste dicerìe
pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza
o ritegno o pudor le vomitava
contro i re tutti; e quanto a destar riso
infra gli Achivi gli venìa sul labbro,
tanto il protervo beffator dicea.
Non venne a Troia di costui più brutto
ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso
lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
d'assedio la cittade i forti Elèi
d'espugnarla bramosi. Ma di Marte
ebber tosto davanti una grand'opra.
Brillò sul volto della terra il sole,
e noi Minerva supplicando e Giove
appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
delle due genti, ed io primiero uccisi
(e i corsieri gli tolsi) il bellicoso
Mulio, gener d'Augìa, del quale in moglie
la maggior figlia possedea, la bionda
Agamède, cui nota era, di quante
l'almo sen della terra erbe produce,
la medica virtù. Questo io trafissi
coll'asta, e lo distesi, e, dell'ucciso
salito il cocchio, mi cacciai tra' primi.
Visto il duce cader de' cavalieri
che gli altri tutti di valor vincea,
si sgomentaro i generosi Elèi,
e fuggîr d'ogni parte. Io come turbo
mi serrai loro addosso, e di cinquanta
carri fei preda, e intorno a ciascheduno
mordean la polve dal mio ferro ancisi
due combattenti. E messi a morte avrei
gli Attòridi pur anco, i due medesmi
Molïoni, se fuor della battaglia
non li traea, coprendoli di nebbia,
il gran rege Nettunno. Al nostro ardire
alta vittoria allor Giove concesse.
Perocché per lo campo, tutto sparso
di scudi e di cadaveri, tant'oltre
gl'inseguimmo uccidendo, e raccogliendo
le bell'armi nemiche, che spingemmo
fino ai buprasii solchi i corridori,
fin all'olenio sasso, ed alla riva
d'Alèsio, al luogo che Calon si noma.
Qui fêr alto per cenno di Minerva
i vincitori, e qui l'estremo io spensi.
Da Buprasio frattanto i nostri prodi
riconduceano a Pilo i polverosi
carri, e dar laude si sentìa da tutti
a Giove in cielo, ed a Nestorre in terra.
Tal nelle pugne apparve il valor mio.
Ma del valor d'Achille il solo Achille
godrassi, e quando consumati ahi! tutti
vedrà gli Achivi, piangerà, ma indarno.
Caro Patròclo, nel pensier richiama
di Menèzio i precetti, onde il buon veglio
t'accompagnava il giorno che da Ftia
ti spediva all'Atride Agamennóne.
Fummo presenti, e gli ascoltammo interi
il divo Ulisse ed io Nestorre, entrambi
al regal tetto di Pelèo venuti
a far eletta di guerrieri achei.
Ivi l'eroe Menèzio e te vedemmo
d'Achille al fianco. Il cavalier Pelèo,
venerando vegliardo, entro il cortile
al fulminante Giove ardea le pingui
cosce d'un tauro, e sull'ardenti fibre
negro vino da nappo aureo versava.
Voi vi stavate preparando entrambi
le sacre carni, e noi giungemmo in quella
sul limitar. Stupì, levossi Achille,
per man ne prese, e n'introdusse, in seggio
ne collocò, ne pose innanzi i doni
che il santo dritto dell'ospizio chiede.
Ristorati di cibo e di bevanda,
io parlai primamente, e v'esortava
l'uno e l'altro a seguirne; e il bramavate
voi fortemente. E quai de' due canuti
fûro allora i conforti? Al figlio Achille
raccomandò Pelèo l'oprar mai sempre
da prode, e a tutti di valor star sopra.
Ma volto a te l'Attòride Menèzio,
Figlio, il vecchio dicea, ti vince Achille
di sangue, e tu lui d'anni; egli di forza,
tu di consiglio. Con prudenti avvisi
dunque il governa e l'ammonisci, e all'uopo
t'obbedirà. Tal era il suo precetto;
tu l'obblïasti. Or via, l'adempi adesso,
parla all'amico bellicoso, e tenta
süaderlo. Chi sa? Qualche buon Dio
animerà le tue parole, e l'alma
toccherà di quel fiero. Al cor va sempre
l'ammonimento d'un diletto amico.
Ché s'ei paventa in suo segreto un qualche
vaticinio, se alcuno a lui da Giove
la madre ne recò, te mandi almeno
co' Mirmidóni a confortar gli Achivi
nella battaglia, e l'armi sue ti ceda.
Forse ingannati dall'aspetto i Teucri
ti crederan lui stesso, e fuggiranno,
e gli egri Achei respireranno: è spesso
di gran momento in guerra un sol respiro.
E voi freschi guerrieri agevolmente
respingerete lo stanco nemico
dalle tende e dal mare alla cittade.
Sì disse il saggio, e tutto si commosse
il cor nel petto di Patròclo. Ei corse
lungo il lido ad Achille, e giunto all'alta
stan sul secco le prore, onde si vegga
se Giove allor vi stenderà la mano?
Così imperando trascorrea le schiere.
Venne ai Cretesi; e li trovò che all'armi
davan di piglio intorno al bellicoso
Idomenèo. Per vigorìa di forze
pari a fiero cinghiale Idomenèo
guidava l'antiguardia, e Merïone
la retroguardia. Del vederli allegro
il sir de' forti Atride al re cretese
con questo dolce favellar si volse:
Idomenèo, te sopra i Dànai tutti
cavalieri veloci in pregio io tegno,
sia nella guerra, sia nell'altre imprese,
sia ne' conviti, allor che ne' crateri
d'almo antico lïeo versan la spuma
i supremi tra' Greci. Ove degli altri
chiomati Achivi misurato è il nappo,
il tuo del par che il mio sempre trabocca,
quando ti prende di bombar la voglia.
Or entra nella pugna, e tal ti mostra
qual dianzi ti vantasti. - E de' Cretensi
a lui lo duce: Atride, io qual già pria
t'impromisi e giurai, fido compagno
per certo ti sarò. Ma tu rinfiamma
gli altri Achivi a pugnar senza dimora.
Rupper 